Alla vigilia degli Internazionali BNL d’Italia, il ritorno dei grandi campioni sulla clay riaccende una curiosità: la “terra rossa” che vediamo in superficie è solo una pellicola di pochi millimetri.
Sotto, un campo in terra battuta è una piccola opera di ingegneria sportiva.
Dal Rolland Garros, agli Internazionali d'Italia al nostro AON Open Challenger di Valletta Cambiaso la storia non cambia.
Con Jannik Sinner ancora punto di riferimento del tennis italiano e internazionale, la stagione sulla terra entra nel vivo.
Ma che cosa rende così particolare questa superficie? La risposta sta sotto i piedi dei giocatori: mattone rosso, calcare, clinker, ghiaia e drenaggio lavorano insieme per creare rimbalzi, scivolate e scambi lunghi.
Gli Internazionali BNL d’Italia riportano il grande tennis al Foro Italico, sulla superficie che più di ogni altra richiama la primavera europea: la terra battuta. L’edizione 2026 è in programma a Roma dal 4 maggio (con le qualificazioni) alla finale del 17 maggio, con i tabelloni principali a lartire dal 6 maggio.
È il momento dell’anno in cui il tennis cambia ritmo.
Dopo il cemento, la stagione sulla terra chiede ai giocatori qualcosa di diverso: pazienza, costruzione del punto, capacità di scivolare, gestione del rimbalzo e lettura tattica. Non basta tirare forte come sul cemento, bisogna saper aspettare, aprire il campo, accettare lo scambio e trovare il momento giusto per accelerare.
Anche se, va detto, la differenza di velocità tra le superfici si è assottigliata rispetto ad anni fa.
Gli occhi del pubblico italiano saranno naturalmente puntati su Jannik Sinner, il nostro numero 1, che l’ATP presenta nel pieno della stagione europea come primo giocatore al mondo e protagonista atteso anche sulla terra.
Ma mentre l’attenzione si concentra sui campioni, c’è una domanda semplice e affascinante che molti appassionati si fanno guardando il rosso del campo: come è fatto davvero un campo di terra battuta?
La prima sorpresa è questa: un campo in terra battuta non è composto da uno spesso strato di terra rossa.
Anzi. Nel modello di composizione indicato da Roland-Garros, la parte rossa visibile in superficie è uno strato sottilissimo di polvere di mattone rosso, spesso appena 1-2 millimetri. È questo velo superficiale a dare al campo il colore iconico, ma anche a favorire la scivolata e il rapporto particolare tra scarpa e terreno.
Quella che chiamiamo comunemente “terra battuta”, quindi, non è semplicemente terra.
È una struttura stratificata: sotto il rosso c’è un sistema di materiali diversi, ognuno con una funzione precisa: far rimbalzare bene la palla, trattenere la giusta umidità, drenare l’acqua, mantenere stabile la superficie e permettere al giocatore di muoversi senza che il campo diventi né troppo duro né troppo cedevole.
Un campo in terra battuta di alto livello può essere immaginato come una sezione a strati.
In alto c’è la polvere di mattone rosso, spessa solo 1-2 millimetri. È lo strato che vediamo in televisione e dagli spalti. Serve a dare colore, grip e scorrevolezza.
Subito sotto si trova il calcare bianco frantumato, spesso circa 6-7 centimetri. È uno degli strati più importanti, perché costituisce la base compatta sulla quale la palla rimbalza. In pratica, il rimbalzo non nasce dalla polvere rossa, ma dal lavoro dello strato chiaro che sta sotto.
Più in profondità c’è il clinker, un residuo carbonioso spesso circa 7-8 centimetri. La sua funzione è aiutare la regolazione dell’umidità e contribuire al drenaggio.
Ancora più sotto troviamo la ghiaia frantumata, con uno spessore di almeno 30 centimetri. È la parte strutturale più massiccia: dà stabilità al campo e permette all’acqua di scendere verso il basso.
Alla base, infine, c’è il sistema di drenaggio, fondamentale per smaltire l’acqua verso il sottofondo ed evitare che il campo diventi impraticabile dopo la pioggia.
Il rosso, insomma, è la pelle del campo. Il resto è architettura sportiva.

Questa composizione cambia profondamente il tennis che vediamo.
La terra battuta è generalmente associata a scambi più lunghi, rimbalzi più alti e tempi di gioco più dilatati rispetto al cemento o all’erba.
La palla tende a perdere velocità dopo il rimbalzo, il topspin diventa più incisivo e la capacità di muoversi lateralmente assume un peso enorme.
Per questo la clay è considerata una superficie adatta a giocatori tattici e tecnici, gli scambi leggermente più lenti permettono anche più discese a rete, ma quando si incontrano due giocatori "da fondo campo" le partite possono durare ore.
Premia chi sa costruire il punto, chi varia le traiettorie, chi accetta la fatica dello scambio e chi sa difendere senza perdere campo. È una superficie che mette alla prova gambe, testa e pazienza.
Ecco perché vincere sulla terra non significa soltanto colpire più forte.
La terra battuta vive anche grazie all’acqua.
Un campo troppo secco diventa polveroso, veloce e irregolare. Un campo troppo bagnato diventa pesante, lento e difficile da gestire.
Per questo irrigazione, rullatura e manutenzione sono parte integrante della qualità del gioco.
L’ITF indica che i campi in terra battuta devono essere costruiti con una lieve pendenza, generalmente tra 0,25% e 0,35%, per favorire la gestione dell’acqua quando si utilizza irrigazione in superficie. La stessa ITF ricorda inoltre che le superfici in clay sono sempre porose e che il materiale di gioco occupa normalmente solo i millimetri più superficiali del campo.
È un equilibrio sottile. Il campo deve trattenere umidità sufficiente per restare compatto, ma deve anche drenare abbastanza da non diventare fangoso. Nei grandi tornei, la manutenzione non è un dettaglio tecnico: è parte dello spettacolo.
La terra battuta, però, non è soltanto Roma o Roland-Garros.
Anche la Liguria ha un suo appuntamento importante sulla superficie rossa: l’AON Open Challenger – Memorial Giorgio Messina, il torneo internazionale che si gioca a Genova sui campi di Valletta Cambiaso, nel quartiere di Albaro.
È il principale torneo tennistico genovese e uno degli appuntamenti riconoscibili del calendario Challenger italiano.
L’edizione 2025 si è giocata dall’1 al 7 settembre sui campi in terra rossa di Valletta Cambiaso
L' ATP Challenger 125, con montepremi di 208.400 dollari.
Il sito ufficiale del torneo ricorda inoltre che il Centro Tennis di Valletta Cambiaso ospita quattro campi, tre dei quali in terra, e lo Stadio Beppe Croce, con circa duemila posti a sedere.
Genova, quindi, ha un legame concreto con la terra battuta, il suo torneo non ha certo le dimensioni mediatiche degli Internazionali d’Italia, ma con una tradizione solida, un pubblico appassionato e un torneo capace negli anni di attirare giocatori importanti.
Pensate che qui nel 2019 avrebbe potuto giocare Jannik Sinner quando ancora era sconosciuto ai più. Eliminato a New York avrebbe potuto partecipare a Genova ed era intenzionato a farlo, ma poi rinunciò all'ultimo momento.
Nonostante questo dll’AON Open Challenger sono passati tanti giocatori di nome.
Tra i nomi più importanti passati da Genova ci sono Stefanos Tsitsipas, vincitore nel 2017, Lorenzo Sonego, campione nel 2018 e nel 2019, Nicolás Almagro, vincitore nel 2015, e Jerzy Janowicz, che nel 2016 batté proprio Almagro in finale. Il sito ufficiale del torneo ricorda anche il passaggio da Genova di giocatori come Jannik Sinner, iscritto nel 2019 (ma che, come detto, rinunciò) Lorenzo Musetti, Matteo Arnaldi, Matteo Berrettini, Hubert Hurkacz e Grigor Dimitrov.
Negli ultimi anni l’albo d’oro ha continuato a parlare italiano e internazionale: Thiago Monteiro nel 2022, Thiago Seyboth Wild nel 2023, Francesco Passaro nel 2024 e Luciano Darderi nel 2025.
Questo aggancio ligure rende ancora più interessante il tema della superficie e comunque la Liguria ha una tradizione importante col tennis: Musetti è tesserato per il Park, Arnaldi lo è stato per il TC Genova, Sinner è cresciuto a Bordighera nel centro di Piatti dove nascono i campioni, Fognini (che si è ritirato l'estate scorsa ma è stato a lungoil miglior giocatore italiano) è di Arma di Taggia e Arnaldi di Sanremo.
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